Titania Produzioni

  presenta

Le cose sottili nell’aria

di Massimo Sgorbani

con Lucia Ragni e Antonino Iuorio

musicisti

David Barittoni - Roberto Bellatalla - Joe Casagrande

scene Franz Prestieri

costumi Metella Raboni

regia

Antonino Iuorio

 

LE COSE SOTTILI NELL’ARIA

di MASSIMO SGORBANI

 

Testo segnalato al Premio Riccione 2003 con la seguente motivazione:
La Giuria ha manifestato inoltre il suo apprezzamento per la continuità della ricerca dimostrata da Massimo Sgorbani anche nella sua nuova prova, Le cose sottili nell’aria, "monologo di una madre e di un figlio avviati sulle strade maniacali di "normali" diversità".


Non è un caso che Le cose sottili nell’aria sia composto dai monologhi dei suoi due protagonisti. In quello che si può definire un “dramma della mediazione” la parola stessa non può arrivare direttamente al destinatario, ma deve essere affidata a una “trasmissione”. Si potrebbe dire che Mirko e sua madre dialogano proprio perché non si parlano, e che solo al di fuori di un rapporto interlocutorio realizzano una comunicazione altrimenti impossibile. E infatti, man mano che i loro monologhi si dipanano e si intrecciano, quel che si realizza è una sorta di dialogo a distanza, un dialogo tra due monadi che l’armonia prestabilita ha programmato per il fallimento finale.

Questa sfasatura interna al testo si ripresenta in scena nelle linee di ambiente spaccato in due, come se i due personaggi fossero l’uno una proiezione dell’altro. Monadi, per l’appunto, e in quanto tali senza porte né finestre. Questo ambiente bifronte è estremamente spoglio: un tavolo e due sedie, con Mirko seduto da una parte e la madre seduta dall’altra. La stessa immagine rovesciata come in uno specchio.
Mentre uno dei due parla, l’altro aspetta. Non sente, non vede, ma aspetta. Forse si alza, forse va a farsi un caffè. Di certo se lo farà sarà un caffè vero, bollito su un fornello vero, perché dentro lo spazio della scena non c’è posto per altro artificio che non sia quello delle parole, del dialogo impossibile tra i due personaggi. Nessun effetto, nemmeno una luce di taglio, solo l’illuminazione fissa e cruda di una lampadina. Una luce a pioggia che viene dall’alto, modellata su quella dei quadri di Francis Bacon.

Nei due ambienti speculari trovano posto anche gli altri protagonisti della storia: due televisori e due radio, oggetti veri anche questi, parte reale della scena, accesi e spenti fisicamente dagli attori. I televisori sono a loro volta sincronizzati sulle parole dei protagonisti, e trasmettono una sorta di telegiornale in cui prendono forma le immagini evocate da Mirko e sua madre, icone di una memoria storica frammentata: Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse, la foto di Alfredino Rampi sorridente, Tardelli che esulta dopo il gol alla Germania, Neil Armstrong sulla luna. E poi l’immagine finale, sconvolgente per la sua densità di significati, quella che Mirko chiama “la bambina con le braccia aperte”. La piccola, oscena Madonna del napalm.

Alle radio il compito di diffondere una sorta di colonna sonora, l’unica possibile per questa storia: il magma dei suoni e delle voci. Il messaggio di Morucci che comunica che il cadavere di Moro si trova in via Caetani, il grido di Martellini “campioni del mondo”, una canzonetta di successo, la tromba di Louis Armstrong. Tutto mischiato insieme. Una sorta di rumore di fondo, un caos acustico da cui a sprazzi emerge qualcosa di appena distinguibile, ma solo per rituffarsi subito nell’indistinto originario.

Dentro a tutto questo, sopra a tutto questo, il corpo e la voce degli attori. Sottratte a un’azione impossibile o già avvenuta, documentata, fotografata, filmata, le parole rimangono al centro della messa in scena, oratorio profano di una provvidenza indecifrabile.

 

Antonino Iuorio