Da sempre l’Arte esprime ed innalza le rappresentazioni Madre/figlio,
Cristo/Madonna, come le più cariche di Purezza affettiva. E da questa
necessità di purificazione che Rosa Funzeca e suo figlio iniziano il loro
viaggio verso una possibilità di riscatto che si realizza solo nella
sintesi sacrificale.
È la Madonna/Madre/Maddalena che si assume sulle sue
spalle il peso di tutti i vizi dell’uomo, cioè il peggiore - la mercificazione dell’erotismo.
Il senso di maternità di questa donna è autentico, ansioso, tenero, passionale.
Il figlio vissuto in collegio appare per la prima volta in una recita
scolastica, nel ruolo di Lady Macbeth, le sue mani prevedono le tracce del
sangue che le macchieranno. Preavvertimenti, segnali, che traspaiono chiaramente
dalla mortale espressività di uno sguardo profondo che attraversa la comunicazione
ultra-verbale esprimendo in un solo attimo mondi sommersi di solitudine e disagio.
Il Dramma si svolge in una periferia suburbana dove la scelta del bianco e
nero omologa le costruzioni, i palazzi, il campetto di calcio ad una
qualsiasi periferia possibile.
Rosa cerca, dunque di smettere "la vita" cercando di ricostruire una vita
normale, mette su una bancarella di dolci e fiori in un quartiere dove si sopravvive a stento.
È costretta, quindi, per il solito giogo economico/esistenziale a ritornare sul marciapiede.
Il figlio si sforza anche di accettare, di comprendere ma il loro amore
è talmente puro e straordinario che non può accettare la rassegnazione.
È la speranza che illumina i loro volti quando Rosa mostra la nuova casa al figlio, ed è
proprio la speranza che cala come un sipario, di fronte all’impotenza
di rimpossessarsi di una alternativa possibilità esistenziale.
 L’ultimo percorso di Rosa che la separa dalla morte riassume al di là
delle straordinarie architetture interpretative tutta l’angoscia
impotenziale verso l’impossibilità di controllare la propria vita.
Nell’atto estremo Rosa assurge al ruolo di Madonna sacrificale, dove il
giovane si autocondanna, rassegnando la sua esistenza ad un marchio di dolore
eterno.
 

                                                                                 Marta Bifano